Baldwin 700 series

The old Baldwin Piano and Organ Company of Cincinnati, Ohio, once decided that electric guitars were needed to complement its product range. They choose to acquire in September 1965 the famed builder Burns of London, England, then virtually bankrupt.
‘British Invasion’ music was just raging in USA at that time. Offering guitars with a ‘Made in England’ on sounded like a wise idea. Vox was about to reap a big success in America thanks to its U.K. image.

Unlike the Vox brand, Burns guitars weren’t really associated to the British rock music boom of the mid-60′s. Their main endorsees were The Shadows, who switched from Fender to Burns in 1964. The band’s popularity was severely declining since previous year, cause of the Beatles. Their music was history (the Shads never made it in the U.S. anyway), their gear too. Now British musicians wanted to play American instruments only, preferably semi-acoustic.

Unlike Vox and its many mid-market series Burns focussed on highly evolved quality instruments, partly hand-made, aimed at professional musicians. Those guitars compared with the best America had to offer, also in terms of prices. It could hardly be expected that American musicians would buy such expensive instruments from the U.K. while the Brit colleagues didn’t want them anymore.

Unlike Vox and its product range cleverly mixing highly distinctive shapes and conservative designs, Burns guitars were often a little bit weird but flagship models (Hank Marvin Signature, Jazz Split Sound) were too obviously derived from the Stratocaster, whose popularity was just plummeting. There was still a big demand in the entry level market for Fender copies (from Hagström, Eko, the Japanese, from Vox too) but basically none in the professional sector.

In short, Baldwin had bought at the wrong time the wrong guitar range and wanted to sell them with the wrong people (its sales force had expertise in grand pianos and church organs, not in electric guitars). The venture with its English subsidiary turned out to be a disaster. Burns guitars, fitted with a Baldwin logo and assembled in Baldwin’s Fayetteville, Arkansas, plant, failed miserably on the American market. In 1966 the company tried to cut costs by rationalizing production procedures (a flattened version of the carved scroll headstock that distinguished the H.Marvin model became a standard feature of the whole range), which finished ruining the repute of ex-Burns guitars even in the U.K.

Baldwin soon recognized where the problem was. Since semi-acoustics were in demand, in 1967 Baldwin bought the assets of the Gretsch company to make it a subsidiary and signed an agreement with Crucianelli to provide the intermediate level market with ES-335 style thinline archtops, known as the Baldwin 700 Series. Baldwin even developed a semi of its own, the rare Clyde Edwards model with its handsomely shaped neck joint and asymmetrical neck plate.

Unfortunately the whole guitar market slumped in 1968, especially in the semi-acoustic department. Baldwin ceased shipments from Italy in 1969 and shut down its U.K. operations in 1970. Only survival of Burns technology was the gearbox truss-rod adjustment system, transferred on various Gretsch models. With Gibson and Fender solid bodied designs returning in favour more than ever, Gretsch sales languished in the 70′s and the company was finally closed down in 1981. Baldwin never was lucky in the guitar business.

Italiano

Un venerabile produttore americano di pianoforti e organi – Baldwin di Cincinnati, Ohio – un giorno decise che aveva bisogno di chitarre elettriche per completare la sua gamma. E così comprò nel settembre del 1965 la famosa ditta inglese Burns London, allora sull’orlo della bancarotta.

In USA l’invasione del beat britannico era al suo parossismo e sembrava un’ottima idea proporre chitarre marcate ‘Made in England’. Vox cominciava ad avere un grande successo in America grazie alla sua immagine inglese.

Al contrario di Vox, le chitarre Burns non erano proprio associate al boom del brit-rock del 1963-66. I più noti fra gli utilizzatori erano gli Shadows, passati da Fender a Burns nel 1964. La popolarità del complesso era in rapido declino sin dall’anno prima, forse per colpa dei Beatles. La loro musica apparteneva al passato come i loro strumenti (gli Shadows erano comunque rimasti sconosciuti negli USA). In Albione ormai i musicisti esigevano solo chitarre americane, preferibilmente semi-acustiche.

Contrariamente a Vox e ai suoi tanti modelli di gamma media, Burns era specializzato in chitarre qualitativamente evolutissime, semi-artiginali, per i professionisti. Erano all’altezza della migliore offerta americana, anche in termini di prezzi. Ma non c’era motivo perché i musicisti americani comprassero costosissime chitarre dal Regno Unito proprio quando i loro colleghi britannici non ne volevano più.

Combinando abilmente forme classiche e innovative, le Burns erano spesso un pochino bizzarre ma i cavalli di battaglia (Hank Marvin Signature, Jazz Split Sound) erano troppo evidentemente derivate dalla Strato la cui popolarità era allora in declino. La domanda per le copie delle Fender economiche per principianti (Hagström, Eko, i Giapponesi, e anche Vox) era ancora forte ma praticamente nulla nel settore professionale.

In breve, Baldwin aveva acquistato al momento sbagliato le chitarre sbagliate, che voleva commercializzarle con le persone sbagliate (la forza vendita era esperta in pianoforti da concerto e organi liturgici, non in chitarre elettriche). Il suo tentativo con la filiale inglese si rivelò un disastro. Le chitarre di Burns, ribattezzate con il logo Baldwin e assemblate nell’officina Baldwin di Fayetteville, Arkansas, furono un flop clamoroso negli Stati Uniti. Nel 1966 la compagnia tentò di razionalizzare la produzione per ridurre i costi (una versione più piatta della paletta intagliata a riccio della H.Marvin venne estesa a tutti i modelli), il che portò il colpo di grazia alla fama delle ex-Burns anche in patria.
Baldwin prese coscienza della natura del problema. Poiché il mercato richiedeva semi-acustiche, il gruppo comprò nel 1967 la famosissima Gretsch per farne una filiale, e firmò un accordo con Crucianelli per colmare la fascia intermedia nel mercato delle archtop in stile ES-335, e le denominò Baldwin 700 Series. Baldwin sviluppò anche una semi-acustica tutta sua, il raro modello Clyde Edwards con il suo elegantissimo fissaggio del manico con una placca asimmetrica.

Sfortunatamente nel 1968 il mercato crollò, e in particolare il settore semi-acustico. Nel 1969 vennero fermate le spedizioni dall’Italia. La fabbrica inglese venne chiusa l’anno dopo. L’unica tecnologia della Burns a sopravvivere fu il sistema di regolazione a ingranaggi del truss-rod, trasferito su alcuni modelli Gretsch. Negli anni 70, con le solidbodies di Gibson e Fender tornate di nuovo in voga, Gretsch vide le sue vendite in calo costante e terminò ogni attività nel 1981. Baldwin invece non ebbe mai fortuna nel settore delle chitarre.

Baldwin 706

English

ACrucianelli body, and a Burns neck with the distinctive triple-dot octave marker and the flattened scroll headstock specified from 1966 on by Baldwin. The company gave birth to this Anglo-Italian assembly to satisfy the demand for sensibly priced ES-335 style guitars and compete in that market segment with other European imports such as the popular Hagström Viking and Vox Super-Lynx series.Burns’ fanatics blame the 700 Series for being a tad characterless and too conventional in appearance and sound. Indeed, they have nothing of the wacky designs and gimmicky circuitry of the pure breed Burns Baldwins. But it is just what they were about: a classic design, classic controls and a classy look.

Production started in 1967 second half, export to the U.S. began later that year or in the very beginning of 1968. The semi-acoustic craze has passed its peak and was already declining at that time. The 700 Series was nevertheless Baldwin’s best seller, given the poor success of the Burns models.

Versions:

  • 706 (six-stringed)
  • 706-V (with a tremolo)
  • 704 (four-stringed basses)
  • 712 (twelve strings)
  • 712-T (with a T for Thin Neck).

The non-trem 706 is much rarer than the 706-V. The trapeze with a ‘B’ medallion in the middle is a simplified copy of the tailpiece previously used by Burns for its GB-65/66 jazz boxes.

Italiano

UN CORPO CRUCIANELLI, ABBINATO A UN MANICO BURNS CON I TIPICI TRE PUNTI ALL’OTTAVA E LA PALETTA A RICCIO PIATTO SPECIFICA DI BALDWIN SIN DAL 1966.

La ditta propiziò questo assemblaggio anglo-italiano per soddisfare la domanda di chitarre tipo ES-335 a un prezzo ragionevole, un segmento di mercato che negli USA era occupato da altri esportatori dall’Europa come le diffusissime Hagström Viking e Vox Super-Lynx.

I fanatici di Burns rimproveravano alle 700 di mancare di carattere e di essere troppo convenzionali nell’apparenza come nel suono. È vero che non hanno niente dei disegni fantasiosi e dell’elettronica cervellotica delle Baldwin di pura razza Burns. Ma erano intese proprio così: sagoma classica, controlli classici, aspetto di classe.

La produzione iniziò nella seconda metà del 1967, furono disponibili negli USA sin dalla fine di quell’anno o dall’inizio del 1968. La voga delle semi-acustiche era già in discesa in quel momento. La serie 700 fu cionondimeno il best-seller di Baldwin, visto il poco successo dei modelli Burns.

Versioni:

  • 706 (6 corde)
  • 706-V (con vibrato)
  • 704 (bassi 4 corde)
  • 712 (12 corde)
  • 712-T (con manico più sottile)

La 706 senza vibrato è molto più rara della 706-V. L’attaccacorde con il medaglione ‘B’ al centro è una copia semplificata di quella che usava Burns per le sue chitarre jazz GB-65/66.

Baldwin 706

English

In accordance with the ancient Gibson tradition that assigns sunburst and red as sole canonical finishes for ES-335 shaped guitars, Baldwin used only those two for the 700 Series (Baldwin’s red finish is much warmer than Gibson’s Antique Cherry red and sometimes yellows to some kind of ‘Fiesta Red’ with ageing).With bodies made in Italy and necks made in England, it seems logical that both must have been sprayed at the same place (in Italy) to ensure color matching. However nothing is quite sure about it. With sunburst finishes there is sometimes a noticeable difference between body and headstock, the latter showing a fainter shading that is reminiscent of Burns with a barely visible red fringe. But generally color matching is perfect (like for this splendid example here).

At any rate the three-tone sunburst on bodies is always identical to the one Crucianelli applied at that time on its own Elite or Espana labeled guitars. Overall visual impression is substantially different however, due to the bound f-holes and the wider double binding of Elite bodies, whereas the 700 Series has a thin white binding and unbound f-holes.

The Bigsby-style vibrato is obviously of same origin as those used for Eko, Vox and Crucianelli semi-acoustics of that era. The shape of the plastic rosewood insert with the stenciled ‘B’ was already seen on Crucianellis from 1966-1967.

Italiano

Similarmente a Gibson che riconosceva il sunburst e il rosso come uniche rifiniture canoniche per le chitarre tipo ES-335, Baldwin ha usato solo queste due per la serie 700 (il rosso Baldwin è molto più caldo del Antique Cherry di Gibson e ogni tanto può col tempo essersi ingiallito in una sorta di ‘Fiesta Red’).

Con i corpi costruiti in Italia ed i manici prodotti in Inghilterra sarebbe stato logico che entrambi fossero stati laccati nello stesso posto (in Italia) per assicurare l’omogeneità dell’aspetto. Però non si può dire con piena certezza. Nelle rifiniture sunburst c’è ogni tanto una differenza percettibile fra il corpo e la paletta, quest’ultima mostra una sfumatura più timida che fa pensare a Burns, con la zona rossa che quasi non si vede. Ma in generale l’omogeneità è perfetta (come in questo superbo esempio).

Il 3-tone sunburst dei corpi è sempre identico a quello che applicava Crucianelli per le sue chitarre marcate Elite o Espana. Quest’ultime erano decorate sul bordo superiore con un doppio binding marcato invece del sottile filetto bianco delle 700, anche le buche a effe avevano il binding a differenza delle Baldwin. Quindi un aspetto sostanzialmente diverso nonostante le stesse caratteristiche e dimensioni

Lo pseudo-Bigsby è ovviamente della stessa origine di tutti quelli montati sulle Eko, Vox e Crucianelli di quel tempo. L’inserto di finto palissandro che porta il logo ‘B’ è sagomato come quello che si vedeva sulle Crucianelli del 1966-1967.