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21/3/03 articolo scritto in collaborazione con Jack e pubblicato su Accordo, leggi e commenta

Il fenomeno del Vintage Italiano

Il circuito del vintage italiano fino alla fine degli anni ottanta era confinato alle cantine, i mercati delle pulci, la spazzatura. Oggettivamente e giustamente trascurate dai "musicisti", eliminate dal circuito da negozianti con magazzini pieni di made in Japan, traslochi e pulizie di primavera. Oltretutto erano ottime chitarre senza valore per provare a riverniciare, settare, cambiare, mischiare parti; chi non lo ha fatto? Una buona metà degli strumenti è finita nella spazzatura secondo il classico ciclo eredito/suono/customizzo/permuto/regalo/butto.

I marchi. Eko è sinonimo di chitarra perlinata italiana. Ha una forza sul mercato dell'usato internazionale eccezionale. Comprare è più difficile, rivendere è più facile. Crucianelli è l'opposto, assolutamente sottovalutato e misconosciuto, ingiustamente. Welson e Meazzi sicuramente appetibili e collezionabili, la prima più conosciuta all'estero, la seconda un'istituzione musicale italiana. Zerosette e Galanti sottovalutate ma i sempre più evidenti legami con Goya aumenteranno il valore nel futuro. La galassia Bartolini e Gemelli stenta ad accreditarsi ma rappresenta una delle produzioni più originali. Per Wandré la particolarità dell'offerta e della domanda meriterebbe un discorso a parte.

Che senso ha collezionare vintage italiano? Oggi collezionare vintage italiano vuol dire custodire una testimonianza di un periodo storico unico per la sua creatività e per la velocissima evoluzione della musica: gli anni 60. La liuteria italiana vi è associata più di nessun altra per il semplice fatto che la sua età dell’oro corrisponde esattamente a quel decennio: tutti i costruttori hanno incominciato intorno al 1960 e tutti hanno fermato la produzione intorno al 1970 (eccettuato Eko, che però non seppe più negli anni 70 continuare la dinamica creatività che gli aveva dato Oliviero Pigini, morto nell'aprile del 1967). A differenza dei tedeschi, gli italiani non erano legati ad alcuna tradizione, si sono lanciati in piena e spregiudicata ingenuità, in sintonia con lo spirito del tempo. Il paradosso è che il contributo alla musica degli anni sessanta di questi strumenti italiani è quantomeno ridotto. Le numerose nuove idee introdotte sono generalmente rimaste senza seguito. È precisamente questo insieme di fantasiosa utopia gratuita che fa il fascino irresistibile del vintage italiano.

[si potrebbe dire addirittura che il vintage italiano è (con Hagström) il solo autenticamente anni 60... Si ricercano Gibson, Fender, Gretsch etc. degli anni '60 perché sono un po' meno costose delle versioni degli anni 50...]

Molti strumenti giustificherebbero la loro presenza sul mercato anche solo come oggetti di modernariato. Ci si scandalizza del prezzo di una Eko ma si comprano e si vendono pupazzi della Michelin, insegne luminose e merchandising della Coca-cola per migliaia di euro. Raramente ma meritoriamente, una collezione di vintage europeo corrisponde a un percorso sonoro da musicista ( Jack...). Per i primi il colore e la particolarità saranno determinanti, per i secondi la suonabilità e il tono. Comunque nel nome del sito (fetish-feticcio) abbiamo voluto indicare che si entra in un'area dove l'inconscio e l'irrazionalità prevalgono.

Le condizioni dello strumento. Se per il vintage tradizionale l'effetto relic provocato da Fender ha attutito il premio di solito riservato alle condizioni mint dello strumento, per il vintage italiano le condizioni dello strumento diventano determinanti. Questa ovvia ed elementare regola viene percepita come schizofrenia del mercato. E' possibile trovare la stessa Eko a 100 o 600 euro solo per le diverse condizioni dello strumento. Ed è giusto che sia cosi. Come sempre le parti mancanti sono i coperchi del ponte, le leve del vibrato, le manopole dei potenziometri e qualche chiavetta. I tasti sono quasi sempre in buone condizioni per l'uso ridotto che si faceva di queste chitarre e la resistenza all'usura delle leghe usate.

Il mercato. Internet ha permesso lo scambio di opinioni tra appassionati , l'osservazione statistica delle vendite degli strumenti attraverso inserzioni e aste, la ricostruzione storica e la possibilità di evitare bidoni, ha aumentato la conoscenza e stabilizzato (ma aumentato) le quotazioni complice anche l'adozione della moneta unica in Europa. Il valore di una chitarra va quindi posto nel contesto di un mercato internazionale, ma quanti sono poi diposti a sobbarcarsi la fatica di una vendita on-line all'estero? Vendere bene una chitarra su internet può durare sei mesi, chiaro che un'offerta in contante nella propria città deve accontentarsi di qualcosa in meno. Questo giustifica la differenza di prezzo tra aste on-line e annunci sui giornali locali. Nulla giustifica i prezzi praticati dai negozianti. Strano che nessuno di loro accetti in permuta una Eko 700 (provate...) ma sono tutti pronti a rivendervi la loro per 800 euro (provate...). In pratica: potete vendere una Eko 500 a 400 euro in Germania ma non riuscire a venderla in una grande città attraverso negozi e annunci.

Suonabilità. Come sempre dipende da modello a modello o meglio da esemplare a esemplare, ma qualche considerazione di carattere generale aiuta.
Si deve giudicare la suonabilità assoluta di un modello su un esemplare originale, integro e ben settato. In questo senso quasi tutte le chitarre italiane riservano qualche sorpresa. Le prime chitarre elettriche (58/62 azzardiamo) scontano ancora i limiti dell'artigianalità e delle ristrettezze economiche ma già chitarre come le Eko 500/700 sono suonabili e spesso superiori alle tedesche. Tranne poche eccezioni (semiacustiche e qualche Welson) nessuna chitarra degli anni 60 può competere con le chitarre di produzione contemporanea. Questo sul terreno dei parametri standard: versatilità, sustain, tastiera, vibrato, etc etc. E in effetti nessuna chitarra italiana vintage può essere usata in un ambito professionale. Però..... Però se cercate una chitarra che suoni diversa, basta provare. Molti lo hanno fatto, con soddisfazione. Les Claypool dei Primus (basso violino Eko 995), G.Love & Special Sauce (Crucianelli solid-body), David Lindley, Bill Nelson, Buddy Miller - chitarrista di Emmylou Harris (Wandré) - e molti altri della tribù degli sperimentatori.

Quindi: semiacustiche Welson e Crucianelli validissime alternative alla produzione coreana contemporanea. Qualche solid-body Welson in condizioni buone può essere un'ottima alternativa alle chitarre monotono (Jaguar, Mustang etc), stesso discorso per le Eko perlinate ma con qualche limite per il tono dei pickup e il debole sustain. Qualche Eko solid body in legno massello (Condor, Rokes, Auriga) possono essere un'ottima arma in più per la presenza scenica dal vivo. Meazzi e Wandré utilizzabili in contesti di art-rock surrealista/rumorista o complessini revival à la Carosone/Buscaglione/Van Wood. Il resto, o quasi, attaccato al muro.

Cosa è vintage? Inutile insistere sullo statuto mitico delle chitarre italiane della prima metà degli anni 60, cioé dell’era della plastica a brillantini. Le produzioni del periodo 65-69 sollevano ormai un interesse crescente. Sempre più ricercate sono in USA le semiacustiche Goya e Vox, fatto che vale la rivalutazione delle semiacustiche di Zerosette, Crucianelli e Eko che ne sono le versioni originali e che rappresentano una combinazione ottima di antichità, bellezza e suonabilità. La diffusissima Cobra XII di Eko costituisce tutt’ora la soluzione più economica per ottenere una XII corde elettrica.

Esiste una data dopo la quale la produzione italiana perde interesse? Il problema si pone solo per la Eko, unico sopravissuto agli anni 60 (tutti gli altri smettono dal 1969 al 1972). Dei primi anni 70 rimane ancora qualche Rokes, Auriga, Barracuda o Ranger da salvare, ma si trattava di serie iniziate nel periodo precedente. Il resto della sua produzione degli anni 70-80 Eko, nonche di Gherson e Melody, a nostro giudizio è da valutarsi come usato onesto.

Le altre chitarre europee. In Inghilterra fanno mercato Vox e Burns su tutti. In Germania ogni marca e modello ha trovato la sua nicchia di mercato ma la grande quantità di pezzi prodotti contribuisce a tenere stabile il mercato. In Francia le chitarre elettriche degli anni 60 hanno raggiunto quotazioni impensabili ma la loro oggettiva rarità non consente di pianificare una collezione; in genere o si amano o si odiano. Egmond in Olanda ha prodotto oggetti ignobili ma anche bizzarre chitarre dalle rifiniture originalissime. Comuni le prime, rarissime le seconde. Le svedesi Hagstöm e Levin stanno subendo un fenomeno di costante ascesa delle quotazioni che non vuole arrestarsi. Difficile dire se si tratta di una moda passegera. Certo che le chitarre svedesi si distinguevano per le loro elevatissime prestazioni, ma curiosamente le quotazioni più alte vengono spuntate dai modelli perlinati Goya/Hagstöm. All'Est si segnalano Defil e Jolana come oggetti entry-level, alcuni modelli sono abbastanza originali. Infine, i contrabbassi elettrici, di qualsiasi costruttore (Framus,Wandré, Ampeg), stanno rivivendo un periodo d'oro ed è difficile trovarne uno al prezzo stracciato di qualche anno fa. Merito delle migliorate amplificazioni per basso o nostalgia?

 
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