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Franco Caldironi |
Made in Italy
- Le batterie Hollywood e Hipercussion di Luca
Luciano
articolo già pubblicato
sul numero di gennaio e febbraio 2002 della rivista "Percussioni"
Con questo articolo ho intenzione
di raccontare qualcosa di atipico ai più giovani e rispondere
alle tante richieste dei batteristi con qualche anno in più.
Si tratta di un lavoro difficile e persino incompleto, visto che
le informazioni reperibili al momento sono davvero poche. Spero
quindi di beneficiare della vostra comprensione e del clima di collaborazione
che mi ero augurato sin dall’inizio, e che affettivamente
si è realizzato grazie ai messaggi che mi sono arrivati tramite
posta elettronica. Invito chi ne fosse in possesso, e ne avesse
voglia, a mandarmi notizie e immagini, in modo da coprire i miei
‘buchi’ o correggermi. Nonostante la parzialità
delle informazioni (motivo eventuale per riprendere e arricchire
l’argomento), sono stato stimolato dalla curiosità
e la vena nostalgica di molti, ma anche dal mio desiderio di raccontare
un storia tutta nostra. Una storia che, malgrado le grandi marche
è ancora aperta. Un made in Italy ricco di innovazioni e
di passione: le batterie Hollywood e Hipercussion.
Una storia che nasce [...] quando
Luigi Scarpini, fidanzato della sorella e impiegato
di un negozio di strumenti musicali, e successivamente Franco
Caldironi, bassista elettrico, divennero suoi collaboratori.
Fu proprio Caldironi a proporre la costruzione di batterie, che
all’epoca arrivavano solo dall’America ed avevano un
prezzo altissimo. Nacque nel ‘58 il modello Jolly,
strumento molto commerciale e con i fusti di cartone compensato,
ma per la sua accessibilità ebbe un grosso successo sul mercato.
Sull’onda del successo Caldironi, si trasferì in Brianza
per creare nuovi modelli. In quei tempi l’ufficio di Milano
contava circa sessanta persone. Grazie ad associazioni con piccole
ditte che costruivano esclusivamente per la Meazzi, la produzione
di strumenti si allargò; non solo fu ampliata la gamma di
strumenti a percussione (bongos e congas in fiberglass), ma iniziò
anche la produzione di fisarmoniche, di amplificatori , bassi, mixer,
di impianti-voce, l’eco a nastro (invenzione della Meazzi),
ottoni. Ma torniamo al nostro settore. La Meazzi oltre a produrre
il modello Jolly, lanciò intorna alla prima metà degli
anni sessanta una linea destinata ad un fascia di mercato più
alta : la Hollywood, e in particolare il modello
President.

La Hollywood fu un altro grande
successo commerciale, e i motivi furono diversi. Non si può
certo dire che a Luigi Scarpini e a Franco Caldironi mancasse
il senso dell’importanza delle public relation, degli
affari, e non ultimo quello pratico ed estetico. Furono importantissime
le sponsorizzazioni. Fra gli utilizzatori, oltre a tantissimi
batteristi italiani, come Gil Cuppini, Gianni
Belleno dei New Trolls, i batteristi di molti gruppi
del progressive italiano, anche grossi nomi come John
Marshall dei Soft Machine, ma soprattutto
Max Roach. Si avete capito bene. Max Roach
uno dei padri della batteria jazz. Max fu avvicinato a una
fiera negli Stati Uniti da Caldironi e Scarpini, e iniziò
la collaborazione decennale che portò il nome Hollywood
in giro per il mondo. Fu creato il modello Max Roach, un set
che usufruiva di una delle invenzioni della Hollywood : un
carrello su cui era poggiata la cassa.
Da questo carrello, costituito
da due tubi di acciaio paralleli fra di loro e in mezzo ai
quali era alloggiata la cassa, partivano gli stand per il
tom da 14 pollici, per il rullante, e per due piatti. I tubi
avevano alle loro estremità delle ruote di gomma, ed
ognuna di queste aveva al lato un sicura per bloccarne il
movimento. In questo modo l’intero set poteva essere
spostato contemporaneamente, a parte il charleston, che era
l’unico pezzo libero. I tom partivano da un stand tradizionale
montato al centro della cassa. Era un sistema adottato solo
su alcuni modelli, dall’aria avveniristica, pratico
nei grandi spazi (per esigenze tecniche le batterie potevano
spostarsi sui palchi) e che garantiva una minima superficie
d’ingombro (non c’erano praticamente stand che
poggiavano a terra). Quasi il primo rack della storia della
batteria (i primi infatti li ho visti sulle batterie Gretsch
degli anni ‘30).
Ma
le innovazioni non finiscono qui. La Hollywood costruisce
il primo tom a pedale, prendendo spunto dai timpani sinfonici.
Anche questo tom a terra, di cui era possibile cambiare intonazione
proprio come un timpano d’orchestra, fu usato da Max
Roach. Dal Modello Max Roach in poi, il reggirullante fu dotato
di un snodo sferico di nylon, che permetteva di velocizzare
le operazioni di regolazione, una chicca per quei tempi. Le
teste delle viti per accordare avevano un forma esagonale,
e sui modelli di seconda generazione, poggiavano sopra un
nottolino che tirava il cerchio; quando si cambiava la pelle,
non c’era bisogno di levare tutto il corpo della vite,
perché rimaneva avvitato al blocchetto tendipelle grazie
al vano destinato ad alloggiarlo che aveva inclinazione variabile.
La Hollywood costruiva un modello destinato al trasporto,
con il tom che potevano essere ospitato nel tom a terra, e
questo in una cassa con tanto di maniglia per essere trasportata.
La linea di meccaniche era semplice e funzionale ed era chiamata
Oscar (secondo voi perché ?) e il
pedale era una versione semplificata dello Speed King della
Ludwig; era a cinghia e si chiamava Vitesse.
Io ne ho uno, ed è un ottimo compromesso fra leggerezza
e funzionalità. C’era anche un modello chiamato
Tronic, e che aveva sulla cassa una piccola
centralina per il controllo diretto dei suoni singoli pezzi
della batteria ; premendo un bottone (uno di quelli che si
sentiva clack !) si attivavano dei pickup che amplificavano
i tamburi. Non so se c’era un bottone per ogni pezzo,
e la possibilità di regolarne il volume.
Sul finire degli anni ‘60
le batterie Hollywood furono suonate da batteristi famosissimi come
Billy Cobham , Jack De Johnette,
Art Blakey grazie alle concessioni che la Meazzi
faceva dei suoi strumenti nei concerti al Teatro Lirico di Milano.
La
Meazzi produsse anche una Hollywood batteria in fiberglass
trasparente . Poco dopo, a questa produzione fu destinato
il nome Wooding. Nel frattempo, la Meazzi
si era ingrandita, era stata una società discografica
ed è stata fino pochi anni fa, prima del fallimento,
un’azienda d’importazione e distribuzione di strumenti
musicali. Già da tempo veniva dedicato poca attenzione
alle batterie, e il livello qualitativo dei set ne aveva risentito,
motivo per cui Caldironi se ne andò lasciano il marchio
nelle mani del suo socio. Da allora la Hollywood, perso il
suo progettista, non è praticamente più esistita
sul mercato, anche se il marchio ha continuato ad esistere,
e infatti si era rifatta viva sul finire degli anni ‘80
con un modello economico.
La genialità di Caldironi
continuò con l’Hipercussion
nelle seconda metà degli anni ‘70. L’Hipercussion
diventò erede della delle soluzioni meccaniche della
Hollywood. Anche per queste batterie infatti, la cassa poggiava
sul carrello. In questo caso però, il set era caratterizzato
da altri due tubi fissati trasversalmente al di sopra della
cassa, e da cui partivano supporti per tom, piatti e microfoni.
Un rack che poggiava sulla cassa.
Fu anche introdotta, per la
prima volta, la presenza di un secondo charleston fisso.
L’ Hipercussion continuò a costruire il timpano
con pedale (e max Roach continuò ad utilizzarne uno
anche durante il suo rapporto con la Ludwig).
Purtroppo una serie di scelte azzardate ed alcuni problemi
sindacali portarono in poco tempo al fallimento della gestione
Caldironi.
Nel 1981 la ditta Solan,
guidata da Tino Soldi, subentrò a Caldironi nella proprietà
della Hipercussion. Soldi introdusse nella costruzione dei
suoi strumenti criteri di alto artigianato derivanti dalla
liuteria cremonese, come la scelta accurata dei legni, il
rispetto delle loro sonorità, un lunghissimo e costosissimo
procedimento di verniciatura. In questo modo la produzione
venne ridotta in maniera drastica da un punto di vista quantitativo,
ma fu elevata da un punto di vista qualitativo.
Ecco la produzione degli
anni ‘80.
I modelli economici erano
l’ Export e la Junior,
costruiti in faggio o noce del tanganica (la seconda fabbricata
con gli stessi legni della prima, ma disponibile in più
pezzi e con carrello). La linea professionale era l’Elite,
disponibile in set da cinque a sedici pezzi, con misure standard
o power (le casse anche in misura turbo), montati su richiesta
su crociera (così è chiamato il rack sulla cassa)
e carrello, e i legni impiegati sono pregiatissimi. Per questi
modelli, il ciclo costruttivo è particolarmente impegnativo
(i legni sono lasciati stagionare per tre anni),e la qualità
della materia (abete, frassino, mogano, quercia, ciliegio
della Pennsylvania, olmo americano, paduk, acero), le lucidature
effettuate esclusivamente tampone e senza l’uso di alcun
colorante. L’ Elite presentava anche dei modelli speciali
La Brazil era composta di rullante, timpano, e, tutti poggiati
sulla struttura in acciaio su cassa, un tom, due timbales
di legno, tre octoban e bongos. La Traveller’s, era
progettata in maniera tale che una volta smontata, tutti i
pezzi potessero essere collocati nella cassa. C’era
poi una linea superprofessionale Artist costruita su richiesta,
in esemplari irripetibili, datati e numerati.
Una linea che godeva di una garanzia
di dieci anni, i cui fusti erano costruiti con legno di un medesima
porzione dello stesso albero. Tullio De Piscopo è stato un
endorser della Hipercussion, infatti sul suo primo metodo di batteria
appare con un set bianco con due casse e concert tom. La bella notizia
è che la Hipercussion è oggi ancora attiva, quindi
è molto probabile che alcuni dei modelli che vi ho brevemente
descritto siano ancora in produzione. Qualche anno fa sono entrato
nel vecchio negozio della Solan a Milano (oggi è in via Padova
12, tel 02 2610624), e ricordo la passione che Tino Soldi nutriva
verso i suoi strumenti. Mi sono bastate due parole perché
capisse il suono che cercavo da un rullante, infatti mi ha fatto
subito provare un fantastico rullante in mogano. Inoltre la produzione
è stata impreziosita strizzando l’occhio all’estetica;
i set possono essere ordinati con meccaniche nere o dorate. Non
c’è che dire la tradizione made in Italy è davvero
in buone mani. Vi ricordo il mio indirizzo per qualsiasi suggerimento:
Luca Luciano
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