Valentino Airoldi – una leggenda Metropolitana

ANCHE PER LA CHITARRA ELETTRICA ABBIAMO IL NOSTRO MARCONI, IL NOSTRO MEUCCI, IL NUOVO VOLTA? E’ VALENTINO AIROLDI.

Italiani sempre mangiare pizza und spaghetti, sempre cantare, sempre zuonare mandolinen…E chitarra elettrica bisognerebbe aggiungere. Ebbene sì: prima di Fender, di Rickembacker, di Les Paul, il nostro Valentino Airoldi inventò a pieno titolo la chitarra elettrica nel 1937.

Ma facciamo un breve riepilogo sulla storia di questo strumento. Nel 1931 Adolf Rickembacker realizzò il primo pick-up elettromagnetico, che inizialmente utilizzò per amplificare il suono di una chitarra lap-steel -cioè di una chitarra da suonare orizzontalmente appoggiata sulle ginocchia-: la “Frying Pan”. In seguito decise di applicare la sua invenzione ad altri strumenti acustici, dando così vita alle prime chitarre amplificate.

Negli anni seguenti molti si cimentarono nella costruzione delle cosiddette “chitarre elettriche”, limitandosi tuttavia, in pratica, ad amplificare il suono delle chitarre acustiche. Ciò fino al 1940, quando sia Lloyd Loar, sia O. W. Appleton sia il chitarrista Les Paul, sperimentando vari sistemi per ridurre il feedback, arrivarono a concepire uno strumento con cassa completamente solida.

Sarà il californiano Leo Fender a brevettare nel 1944 un primo rozzo prototipo di strumento a corde in cui il pick-up era montato su un pezzo unico di legno solido modello “lap-steel”.

Lester Polfuss, in arte Les Paul, classe 1916, utilizzava una chitarra amplificata, ma nel contempo pensava uno strumento elettrico a cassa piena, in grado di raccogliere e amplificare il puro suono delle corde in vibrazione. esperimenti in proposito culminarono nel 1941 con la realizzazione del suo primo prototipo di elettrica a corpo solido, denominato “The Log”, abbozzo di quella Gibson Les Paul che avrebbe introdotto nel 1952 immediatamente dopo la prima solid-body di Leo Fender. Quest’ultimo in realtà rubacchiò l’idea a Les Paul medesimo e, in parte, al chitarrista country Merle Travis. Anche nell’Italia rurale di allora, per chissà quale cosmica sincronicità vivevano sconosciuti e appassionati ricercatori che senza molti mezzi ma con tanta passione e fantasia cercavano di aggiungere alla chitarra qualcosa che tanti stavano cercando: un suono completamente elettrico.
Valentino Airoldi, di Galliate (Novara) passava le serate a suonare la chitarra con gli amici ma aveva gli stessi problemi dei colleghi di oltre oceano: riuscire a farsi sentire da più persone .

Airoldi, che lavorava come tecnico presso la centrale SIP di Novara, iniziò ad armeggiare con vecchi ricevitori telefonici fino a costruire un dispositivo costituito da una calamita e da due bobine.
Nel 1937 piazzò quel rudimentale rivelatore su un manico di chitarra senza cassa, allacciò i capi delle bobine alla presa “phono” della radio e dal cono uscì, come un primo vagito, il suono della neonata chitarra elettrica. Il dispositivo fu poi applicato anche a un mandolino, con i medesimi risultati.

Come si può osservare nella foto qui riportata, l’Airoldi mostra una chitarra e un mandolino “solid body” con la data del giornale –La Gazzetta della sera- del 29, 30 settembre 1937: per questo si può dire che abbia anticipato i pur illustri colleghi d’oltreoceano. Questa invenzione non fu commercializzata nè sfruttata industrialmente e l’Airoldi si accontentò di continuare a suonare in osteria con gli amici e di appendere poi i suoi strumenti al chiodo, mentre il mercato veniva conquistato alle Fender, alle Gibson e dalle Rickembaker. Per le chitarre elettriche made in Italy bisognerà aspettare i primi anni ‘60 con le mitiche Eko, le futuristiche Wandrè, fino al le Zerosette, le Ariston, le Elite, Crucianelli, Comet…

Intuizioni, anticipazioni nel design di prodotti industriali, che anche con le chitarre, contribuiranno a creare un tassello in più in quell’italian look che oggi è famoso in tutto il mondo, caratteristico per gli effetti visivi immediati e piacevoli, quasi ultimo residuo legame con l’opera d’arte: chitarre mito che diventano icone totemiche dei riti animistici del consumismo. Come la ritualità cattolica ha bisogno di essere vistosa nei suoi attributi nati sulle ceneri dei fasti pagani, così il design italiano ha avvolto di tinte vivaci e marcatamente iconiche- ad esempio le chitarre Eko Rokes!- anche le chitarre feticcio dei riti di massa della modernità, la musica pop.

In antitesi all’austerità formale dei paesi protestanti e al loro aniconismo, l’Italia anche in questo caso reagiva allo sviluppo industriale post-bellico con chitarre in cui il design povero, di materiali effimeri-si pensi alla differenza di qualità tra il corpo in legno di una Gibson o di una Fender rispetto ad una Eko -, diventa un coefficiente di valore: non importava che lo strumento fosse di truciolato marino o plastica invece che di legno pregiato, l’importante era ed è l’orgoglio tecnologico di fare un Carosello-fiera dell’artificiale, che lega con un sottile filo rosso da un lato la fenomenologia del prodotto meccanizzato per le masse con il barocco, e dall’altro il carnevale degli oggetti pop-art americani con l’arte povera italiana e il kitsch come residuo terminale per entrambi. L’Italian Style era forse già più avanti di quanto si potesse prevedere, intuendo come il design potesse riuscire ad inserire nell’austerità dell’economia della famiglia italiana un senso di coraggio, genio e sregolatezza in un paese che persa la guerra, si credeva troppo vecchio nei confronti di svariati paesi europei e americani.

Ancora ricordo quando a metà degli anni ‘80 mia madre mi regalò i soldi per la mia prima chitarra elettrica, una fiammante Eko imitazione Gibson les Paul sunburst…e chi poteva permettersi una vera Gibson? Queste scelte autarchiche sono state delle tappe obbligate per molti.

di Valerio Simei © 2000

PS [NdR] In realtà la prima solid body tradizionale escludendo le lap stel, fu una Vivi-tone a catalogo nel 34. La Rickenbacker ne introdusse una, la electro spanish, nel 35 ed era fatta in bakelite. nel 36 la slingerland ne commercializzò una in legno massello. (wiki)