Wandré – Antonio Pioli

Antonio Vandrè Pioli nasce a Cavriago il 6 giugno del 1926 e muore nell’agosto del 2004.  La peculiarità di Wandré rispetto agli altri imprenditori italiani dell’epoca era, a mio parere, legata alle motivazioni che spinsero personaggi come Pigini, Crucianelli, Quagliardi e tutta la dinastia di Castelfidardo a costruire strumenti musicali – in qualche modo dinasticamente predestinati fin dalla nascita. In Wandrè vi scorgiamo invece un’ “urgenza poetica” nel progettare, innovare e personalizzare i suoi strumenti. Come se Wandré abbia inteso vivere la sua vita secondo quella definizione che vede “l’arte come religione della libertà”.

Siamo stati in trincea 15 anni cercando tutte le informazioni possibili, raccogliendo foto infime e poi contare sugli amici collezionisti per la cronica mancanza di informazioni su questo costruttore. Oggi invece sappiamo tutto di Wandrè, anche la genesi del nome, grazie allo splendido volume di Marco Ballestri “Wandrè –  L’artista della chitarra elettrica”. Il libro è pieno di sorprese,  Ballestri ha scavato negli archivi ma anche nelle anime dei conterranei e degli amici, accompagnato dal suo Virgilio, Gianfranco Borghi, amico di vita e responsabile della verniciatura di Wandré. Sorprese e dettagli, illuminanti squarci che confermano quello che avevamo sempre saputo: l’opera di Wandrè trascende la mera produzione di chitarre e volerlo confinare tra i costruttori di chitarre appare un errore mortale. Wandrè fu partigiano, poi allievo del convitto Rinascita di Reggio Emilia, incontrò figure centrali della cultura italiana. Fu figlio di liutaio e, a modo suo, architetto. Fu artista e  impegnato politicamente. In quest’ottica inquadrare gli strumenti di Wandrè non è facile, come se avesse fatto un percorso parallelo rispetto alla tecnologia, lo stile, l’economia dell’epoca.

Del Wandrè artista non possiamo che prendere a prestito le parole di Pablo Eucharren nel suo articolo per l’Huffington Post, ricordando inoltre l’amicizia tra Pioli ed Hermann Nitsch. Un’arte forse più vicina al mondo di Dubuffet e Gallizio piuttosto che agli intellettualismi del Fluxus.

L’accento sulla E all’anagrafe risulta grave. Per anni lo abbiamo scritto acuto avendo come unica fonte la firma del logo e delle palette in cui sembra decisamente acuto. Nello spirito wandreiano l’abbiamo scritto a volte in un modo a volte in un altro, non sapendoci decidere quale sia il più corretto, divisi tra le istituzioni e la libertà.

Gli strumenti

Su questo sito possiamo solo dare conto di qualche chitarra di Wandrè sapendo che gli strumenti musicali furono solo una parentesi della sua esistenza consacrata alla vita e all’arte. Una parentesi che tuttavia raggiunse una tiratura di circa 70.000 strumenti distribuiti in tutto il mondo che suonava il rock’n’roll. Ufo, dischi volanti, animali e sculture, plastica e alluminio, pochissimo legno, moltissimi colori. Per tutte le informazioni c’è il libro di Marco Ballestri, un’opera così completa e accurata che non possiamo far altro che raccomandarne l’acquisto. Alla luce delle sue conclusioni ci limitiamo a riorganizzare l’archivio  e a prendere in prestito le cinque fasi in cui è possibile suddividere la vita e le opere di Wandrè.

  • {{content-0}}
  • 1939-1957 Apprendistato nella bottega paterna.
  • 1957-1960 Collaborazione con Meazzi e Davoli. I contrabbassi e le chitarre BB, Rock and Roll, Waid, Selene, Spazial, Oval, Blue Jeans e Piper, chitarre hawaiane
  • 1960-1963 Nuova società. Trasferimento nella Fabbrica Rotonda. Si aggiungono: BJ Major, Roby, Rock, Bikini, Twist.
  • 1963-1967 Nascita ditta individuale Wandré e scioglimento società. Nascono la Polyphon, Tigre, Cobra e Etrurian e Scarabeo.
  • 1967-1968 Affiliazione con la Reggio Impex per la distribuzione. Nascono i modelli Mini e Psychedelic Sound

Una delle prime chitarre di Wandré